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Per battere la concorrenza riformiamo i consorzi

 

Per battere la concorrenza riformiamo i consorziCari amici lettori prendo spunto da questo articolo pubblicato dagli amici dello Slowfood, dove ancora una volta viene evidenziato il problema dei controlli e del peso delle singole votazioni all’interno del Consorzio, praticamente assistiamo all’antica storia del pesce grande che mangia il pesce piccolo ed allora mi chiedo e vi chiedo dove va a finire il criterio della uguale rappresentatività, della democrazia interna, della reciproca mutualità?

A mio avviso bisogna puntare i riflettori anche sul sistema dei controlli, che cosi’ come è stato pensato andrà a creare non pochi problemi ai produttori piu’ piccoli ma anche a noi consumatori. I controlli devono e dovranno sempre essere SUPERPARTES altrimenti che controlli sono?

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“I primi mesi dell’anno sono un periodo che scorre generalmente tranquillo in vigna. Sotto gli auspici di San Vincenzo, patrono dei vignaioli, si procede con la potatura lasciando che il vino dell’ultima annata prosegua in cantina il suo regolare percorso di maturazione. È il tempo in cui ci si dedica alla promozione, toccando con mano le indicazioni del mercato, e pare che in questo primo scorcio di 2006 le vendite italiane mostrino una certa dinamica e un confortante apprezzamento, soprattutto in Nord America.

La situazione di moderata soddisfazione non ci esime da una riflessione sul futuro della viticoltura perché le scelte di oggi forgeranno l’identità e l’immagine del vino italiano nei prossimi anni, segnandone irrimediabilmente il destino. Per affrontare il periglioso mare della concorrenza sui mercati internazionali occorre essere preparati, coesi e competitivi. In quest’ottica mi pare doveroso ritornare sull’intricata questione della riforma del funzionamento dei consorzi che, toccato anche in questa rubrica nell’aprile scorso, non ha mancato di suscitare un acceso confronto tra gli addetti ai lavori.

Al momento il progetto di riforma è ancora in sospeso ma, in attesa di arrivare alla stretta finale, quella parte del mondo vitivinicolo che fin dall’inizio lo ha avversato, anche in modo piuttosto deciso, non ha mancato occasione per far valere la propria voce. Giova ripetere quali sono i motivi per cui, soprattutto tra i piccoli produttori, si è sviluppata una manifesta avversione all’ipotesi di cambiamento. I punti salienti su cui non c’è accordo sono fondamentalmente tre e proviamo a passarli in rassegna.

Il primo è il cosiddetto “erga omnes” e non spaventi il lettore la lingua latina, troppo spesso abusata per ingarbugliare considerazioni semplici nella sostanza. Con queste due parole si fa riferimento all’ipotesi che ogni consorzio, una volta raggiunto un certo grado di rappresentatività, possa stabilire regole vincolanti per tutti i produttori, ivi compresi coloro che non hanno mai aderito a questa forma associativa.

Ad amplificare la diffidenza su questo primo aspetto è il fatto che si è preteso di legarlo a un nuovo sistema di votazione all’interno dei consorzi. Non più il criterio democratico che assegna a ogni testa un voto ma una ripartizione, anomala per un ente cooperativo, fondata sul numero di bottiglie prodotte da ciascuno. Un simile sistema di governo snaturerebbe le finalità mutualistiche e associative per cui i consorzi sono nati, assegnando a chi detiene il pacchetto di voti più consistente un potere di direzione difficile da controllare.

Il problema più sentito, però, resta quello dei controlli che, questa è l’ipotesi, si vorrebbero affidare direttamente ai consorzi. Le aziende dalle dimensioni più ridotte paventano il rischio che nei consorzi con poteri erga omnes, gestiti da poche realtà dai numeri consistenti, possa venir meno quella garanzia di imparzialità tanto importante nell’amministrare il servizio di vigilanza sulla corretta applicazione delle norme vigenti.

Di fronte a questa riforma il mondo del vino appare piuttosto confuso, il giudizio sulla riforma è tutt’altro che univoco e la ragione va ricercata nel fatto che la realtà italiana non è affatto omogenea. Erga omnes e ponderazione potrebbero funzionare in quegli ambiti dove le aziende hanno, più o meno, le stesse dimensioni.

Dove questo non avviene lo squilibrio è evidente e il rischio di una degenerazione reale. L’imperativo categorico – questa la posizione della Coldiretti che mi sento di sottoscrivere – è quello di garantire a ogni acquirente un’eccellente qualità diffusa e la tracciabilità completa perché, in un mondo dove c’è tanta competizione, non ci si può permettere che esistano dubbi su qualità ed efficacia dei controlli, obbiettivo che si può raggiungere attraverso la democraticità nella gestione dei consorzi e la terzietà di chi è deputato alla sorveglianza. Alle istituzioni spetterà dunque il compito di migliorare l’efficienza del sistema senza mortificare quegli organismi di controllo statale, camere di commercio e Guardia di Finanza, che – come sostengono in molti – hanno mostrato di saper fare bene il loro lavoro.

Il problema richiede uno sforzo corale per essere risolto con calma e buon senso. Anche perché le sfide vere riguardano la naturalità del vino e il confronto con i paesi produttori emergenti dove la carenza di regole è manifesta. L’impegno è quello di approfondire il discorso nelle prossime settimane.“

Fonte: Slowfood-Sloweb

 

Roberto GattiRoberto Gatti
sommelier degustatore
Codigoro (Ferrara)
Email: gatti-roberto@libero.it
Winetaste.it - contact@winetaste.it

 

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